ORDOLIBERALISMO

È L’IDEOLOGIA CHE DOMINA ANCHE DA NOI, ATTRAVERSO L’EURO E LA GERMANIA

Tratto dalla lezione su La Germania e l’ordoliberismo, del prof. Carlo Galli alla Scuola di cultura politica 2015-2016 della Casa della cultura di Milano, scaricabile dal sito: http://www.scuoladiculturapolitica.it/sitoSCP2015/video.php (4°modulo, L’Europa avrà un futuro?). Testo non rivisto dal relatore.

Origine dell’ordoliberalismo. Per conoscere questa corrente del pensiero liberale, nota anche col termine meno inquietante di economia sociale di mercato, si deve risalire alla grande crisi economica iniziata nel 1929. Affrontata con criteri convenzionali, cioè liberisti, si è protratta per lunghi anni, fino alla risoluzione radicale (ma disastrosa) offerta dalla 2a guerra mondiale. Nel frattempo da Keynes erano stati predisposti gli strumenti teorici per vincere la crisi, ribaltando i paradigmi della scienza economica tradizionale: non più l’astratta attenzione alle quantità marginali, ma ai dati complessivi; non più la guida all’offerta (comandano i produttori), ma alla domanda (contano anche i consumatori); non più intervento dello stato per combattere l’inflazione, ma per ridurre la disoccupazione e sostenere i consumi.

La grande crisi era chiaramente la disfatta del liberismo, con la sua fiducia nella capacità del mercato di autoregolarsi. In un incontro degli economisti nel 1938 a Parigi (la Francia era tra i pochi paesi liberi dalle degenerazioni fasciste) coloro che ancora confidavano nel mercato, i liberisti appunto, si trovarono divisi in due correnti: quella ordoliberalista (che prende il nome dalla rivista Ordo, ordine in latino, fondata nel 1936 dall’economista Eucken) e quella che si rifaceva in prevalenza alla scuola marginalista austriaca, il cui massimo esponente è Hayek. Una differenza tra le due correnti riguarda la concezione della società: mentre Hayek la concepisce come somma di individui separati, l’ordoliberismo li vede organizzati in cerchie o ambiti, nei quali si svolge la vita (famiglia, cultura, sport, politica…). In questo pluralismo valgono principi di sussidiarietà (armonica complementarietà). In economia esiste un pluralismo caotico, non governato, come il mercato anarchico che ha portato alla crisi del ’29: questo ovviamente è da evitare. Nel pluralismo buono, quello delle cerchie, si può esercitare un’attività ordinativa da parte dello stato, che deve preparare il campo per l’economia. In quest’ultima invece lo stato non deve dare ordini, ma limitarsi ad un’attività regolativa, cioè a indicare e far rispettare le regole: così il mercato sarà capace di autoregolarsi e raggiungere il proprio ordine “naturale” ottimale, senza nessun intervento esterno.

Ordine. Il pensiero moderno (dopo l’accoppiata Cartesio-Hobbes) crede che alla società possa essere applicato un modello collettivo razionale, facendo tabula rasa di un passato storico irrazionale. La visione organicistica (premoderna) vedeva invece nella società non soltanto la somma di singoli individui, ma anche un vero e proprio organismo vivente, con un suo equilibrio vitale intrinseco. Si può anche fare l’esempio di un computer e di un cervello: per la visione moderna la società è un computer, che può essere manipolato dall’uomo; per il pensiero organicistico è un cervello, assai più complesso di una macchina e difficile da manipolare senza rovinarne il funzionamento. Questa visione premoderna ha diversi precedenti nella storia, ad es. per giustificare l’esistenza di caste, e anche nel cristianesimo, dove figura l’immagine paolina della chiesa come un corpo, la cui testa è Cristo e i cristiani le membra. Ovvio che se ciò può valere per una realtà spirituale come la chiesa paolina, non è detto che possa essere esteso anche alla società civile ed economica. Il pensiero ordoliberista è stato elaborato in particolare da pensatori cristiani, alcuni dei quali esuli in Svizzera, specie nella fase finale della guerra, quando bisognava ipotizzare una nuova configurazione sociale per la Germania dopo la disfatta.

Condizioni. Perchè l’economia possa da sola raggiungere il proprio equilibrio ordinato, devono essere garantite dallo stato le condizioni di un corretto funzionamento del mercato. Tra queste anzitutto la libera concorrenza, cioè la mancanza di monopoli od oligopoli. Il corretto funzionamento del mercato è così caratterizzato: riduzione nel tempo di prezzi, costi e profitti. Infatti se esiste concorrenza un produttore cercherà di competere con gli altri abbassando il prezzo del prodotto, anche grazie al progresso tecno-scientifico-organizzativo, che consente la riduzione dei costi. Minori prezzi comportano la riduzione dei profitti, che potrà essere compensata vendendo maggiori quantità di beni, magari anche all’estero. Come si vede si tratta di un’ottica deflazionaria, che affranca l’immaginario tedesco dallo spettro per loro più temibile: l’inflazione e la svalutazione della moneta.

La conformità delle scelte è un altro aspetto del modello ordoliberista che merita un cenno: non sono conformi le scelte che possono danneggiare l’organismo. Lo sciopero è un primo esempio di non conformità; piuttosto è preferibile avere rappresentanti sindacali nei consigli di amministrazione delle aziende, in grado di attutire i conflitti. In generale il conflitto è da evitare perché rischia di incrinare la coesione dell’organismo azienda. Altro esempio di non conformità è il deficit di bilancio: quello dello stato, poi, può essere fonte di inflazione ed è quindi da respingere in modo assoluto. È importante sottolineare che il lavoro nel modello ordoliberale non ha il ruolo di fondamento che gli assegna ad es. la nostra costituzione (art.1) ma un ruolo di variabile dipendente, subordinata ad altri valori come: mercato, ordine, stabilità. Quello che non è assolutamente tollerato è il protagonismo politico del lavoro: deve restare un fatto privato al servizio di quell’organismo, la società nazionale, chiamata a prosperare esportando. Così non c’è posto per la sinistra nella concezione ordoliberalista, al massimo è una posizione di centro-destra.

Le riforme italiane degli ultimi anni possono essere interpretate come un tentativo di adeguare la realtà italiana a questo modello, che la Germania, dopo il patto “firmato col sangue” della moneta unica (l’euro coincide praticamente col marco), ha virtualmente imposto a tutta l’Europa dell’euro. I governi Monti e Letta sono chiaramente in questa linea. Così pure si spiega il fenomeno Renzi. Favorito nella conquista del potere anche da americani e russi, nella speranza di contenere il prepotere tedesco, Renzi si è reso subito conto di chi comanda in Europa e, pur non dicendolo, vi si è adeguato. Peccato che abbia dovuto sottostare ai dettami di un modello liberista pre-moderno, fondato su ipotesi irreali, come quella di libera concorrenza; in un mondo caratterizzato dalla sempre maggiore concentrazione delle ricchezze e delle imprese, da uno straboccante potere mediatico, in cui le vecchie categorie vanno ribaltate. Modello che non ha riscontri nella realtà (anche gli USA hanno superato la crisi del 2008 con strumenti prettamente keynesiani) e che pertanto non può non essere considerato ideologico. Non mancano certo gli aspetti positivi, specie per la Germania, ma, per noi e gli altri paesi mediterranei, è disastroso. Soprattutto contraddice il principio fondamentale della nostra costituzione: repubblica fondata sul lavoro.

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