COS’È CHE PIÙ CI ARRICCHISCE?

COS’È CHE PIÙ CI ARRICCHISCE?

RIFLESSIONI SUL PARADIGMA DELLA SCIENZA ECONOMICA

Dal lassez faire all’interventismo. È ovvio che le scienze siano influenzate dalla realtà dell’epoca in cui avvengono: soggette quindi a mutare quando cambiano le situazioni concrete. Quando, verso il 15-16° secolo, iniziò il tentativo di dare una dignità “scientifica” alle riflessioni sull’economia – di fondare cioè una scienza economica – oltre alle tradizionali attività per la sussistenza, specie agro-alimentare, si erano imposti i commerci e gli scambi. Logico quindi che l’attenzione dei primi economisti si concentrasse sugli scambi commerciali, i quali, peraltro, avevano anche un non secondario effetto sul piano culturale, mettendo in contatto con la diversità di paesi e civiltà prima sconosciute. È da segnalare che il compito dello Stato, in questa situazione, è piuttosto limitato: favorire gli scambi liberalizzando i mercati e limitando gli interventi: lassez faire. Con la rivoluzione industriale, fonte prioritaria di ricchezza diventa la produzione (organizzata in modo industriale, appunto). Su di essa si concentra l’attenzione degli economisti classici, come Smith e Ricardo. Marx giunse a ritenere, più tardi, che la produzione – materiale e immateriale – è la caratteristica centrale dell’uomo, prima ancora che dell’economia. Per favorire la produzione, però, il ruolo dello Stato non può essere liberista come prima. Si aprono infatti nuovi compiti per le pubbliche istituzioni: predisporre le infrastrutture necessarie per l’industria, governare i processi migratori, educare e preparare i giovani, proteggere dalla concorrenza esterna i mercati nascenti, ecc.

Contrapposizione ideologica.  Una radicale divisione si produsse così nel pensiero economico ottocentesco, tra coloro che passarono a sostenere l’interventismo (i marxisti anzitutto, che forse lo esagerarono) e il pensiero rimasto fedele al liberismo, che si definì neo-classico. Anche quest’ultimo pensiero – diventato prevalente in occidente e nel mondo intero dopo la caduta del muro di Berlino – non è esente da condizionamenti ideologici, tanto da far ritenere che la eccessiva fiducia nel mercato e la conseguente mancanza di controlli pubblici siano tra le cause principali delle crisi economiche, compresa quella iniziata nel 2008. Sta di fatto che questa crisi non era stata prevista da quasi nessun economista, così come nel caso della precedente grande crisi del 1929, né di quelle minori. Tutto ciò non può non far sorgere forti dubbi circa la validità delle analisi della scienza economica liberista tuttora invalsa.

Una tesi suggestiva  può riguardare il paradigma dell’economia cioè i principali oggetti di studio e relativi metodi di questa scienza; con un’immagine un po’ ardita si potrebbe dire che il paradigma riguarda il motore dell’economia. In pratica il paradigma di una economia arcaica sarebbe stato incentrato sull’agricoltura, nel periodo rinascimentale sugli scambi commerciali, dopo la rivoluzione industriale sulla produzione. E quale dovrebbe essere oggi, dopo la rivoluzione informatica, la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia? Poiché gli scambi finanziari hanno raggiunto una dimensione di gran lunga superiore ad ogni altra forma di scambio – consentendo enormi guadagni speculativi per pochi potenti operatori – si potrebbe sostenere che proprio sulla finanza andrebbe oggi concentrato il paradigma degli studi economici. Tuttavia la speculazione finanziaria (come ogni altra forma speculativa) ha la caratteristica di operare “a somma zero”: ciò che guadagna qualcuno è perduto da altri. Ovvio che la finanza vada vista più come pericolo da controllare e contenere, che non un motore cui affidarsi. E in effetti si è visto quanto peso possa raggiungere la speculazione finanziaria, giungendo nel 1992 a minacciare valute come la lira e la sterlina e poi persino l’euro, la moneta dell’area più ricca del mondo!

Crescita umana come paradigma?  La critica alla finanza e l’impossibilità a considerarla motore dell’economia attuale induce anche a prendere le distanze circa la validità dei paradigmi precedenti. Non potrebbe essere che l’effetto “secondario” degli scambi – quello di consentire una crescita culturale, mettendo in contatto con la diversità di altri popoli – sia un risultato più profondo e duraturo del guadagno monetario degli scambi? E analogamente, non potrebbe essere la crescita umana e professionale conseguente all’introduzione di nuove forme di produzione, il risultato più prezioso nell’industrializzazione? L’ipotesi che la crescita umana, culturale e professionale, possa essere considerato il nuovo paradigma della scienza economica, in grado da preservarla dagli errori del passato, potrebbe essere avallato dalla considerazione che il fattore umano viene sempre più considerato decisivo tra i fattori di localizzazione e di sviluppo. È necessario però allungare l’orizzonte temporale dell’azione e soprattutto liberarsi dai condizionamenti ideologici che ancora infettano la cultura economica prevalente.

Liberarsi dai pregiudizi.  Non aver abbracciato il paradigma della produzione – che consente di comprendere molto meglio la realtà moderna – e avere invece mantenuto il paradigma degli scambi, che più giustifica il liberismo, è un primo esempio di come la teoria economica sia stata condizionata negativamente dal pregiudizio liberista. Un secondo esempio potrebbe riguardare la teorizzazione secondo la quale, date certe condizioni (praticamente mai realizzate, come per molte altre teorie marginaliste), è indifferente distribuire i dividendi anziché investirli (teorema di Modigliani-Miller). Ciò ha contribuito all’affermazione dell’idea che all’obiettivo del profitto va sostituito quello della massima valorizzazione (borsistica) dell’azienda, magari con opportune politiche di immagine; ha pure contribuito ad abbreviare l’orizzonte temporale dell’attività aziendale, trascurando le prospettive a medio-lungo termine, così come avviene di fatto nel campo politico. In tal modo si dimentica il problema della crescita umana e professionale di chi opera nell’azienda – ciò che potrebbe costituire il patrimonio più importante e duraturo anche in una sana strategia aziendale. È urgente, in definitiva, un radicale cambiamento anche nella scienza economica, che non sembra di poter cogliere nel dibattito in corso.

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IL PROF. PASINETTI CI HA LASCIATO

All’età di 92 anni. Ecco la rievocazione della sua esperienza fatta dall’Accademia dei Lincei, ci cui era membro:


Luigi Lodovico Pasinetti ha ottenuto il Ph.D. in economia all’Università di Cambridge, Inghilterra, dopo aver trascorso periodi di studi nelle Università di Harvard (U.S.A.), Oxford e Cambridge (UK). Ha conseguito la prima cattedra in Italia di Econometria nel 1963 ed è stato chiamato all’Università Cattolica S.C di Milano.
Ha iniziato la sua attività scientifica pubblicando una formulazione matematica del sistema teorico ricardiano, seguendo l’interpretazione che Piero Sraffa ne ha dato nella sua edizione critica delle opere di Ricardo. Il suo nome è stato poi associato a due noti dibattiti nella teoria economica negli anni sessanta e settanta:
1) Il dibattito sul “teorema Pasinetti” secondo cui il tasso di profitto e la distribuzione del reddito pendino dalla propensione al risparmio dei “capitalisti”, ma sono indipendenti dalla propensione al risparmio dei “lavoratori”.
2) Il dibattito sulla teoria del capitale, che ha avuto origine dalla sfida di Samuelson e Levhari all’analisi di Sraffa sulla possibilità del “ritorno delle tecniche”. (Pasinetti è stato il primo, per comune riconoscimento, a dare una dimostrazione dell’erroneità del ‘non-switching theorem’ di Samuelson-Levhari).
Questi contributi lo hanno collocato tra i critici dell’economia marginalista tradizionale.
Da un altro lato, in positivo, Pasinetti ha perseguito una vasta indagine sulle dinamiche fondamentali delle società industriali. Lungo le linee post-keynesiane ha svolto ricerche sulle dinamiche dei sistemi economici moderni, che sono caratterizzati da una crescita non proporzionale e da una dinamica strutturale, dovute a cambiamenti non uniformi degli aumenti della produttività, da settore a settore; e inoltre dalla struttura gerarchica dei bisogni dei consumatori (“legge di Engel”). Questa indagine lo ha portato all’elaborazione di nuovi strumenti analitici (l’analisi dei settori verticalmente integrati vs. l’analisi ‘input-output’) e alla proposta di innovazioni nella stessa metodologia economica, specialmente con riferimento ad una separazione di base delle relazioni tipiche delle società industriali da quelle specifiche relazioni che concernono invece gli aspetti istituzionali. Grazie a questa analisi, molte regolarità empiriche e un certo numero di contributi teorici, che precedentemente erano risultati difficili da assorbire nella teoria tradizionale, trovano ora una spiegazione teorica più naturale e molto più soddisfacente.

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LA LEZIONE DEL VIRUS

CULTURA DELLA PREVENZIONE CONTRO QUELLA DEL PROFITTO: ALLA FINE CONVIENE

tratto da: L’insegnamento appreso dal minuscolo SARS-CoV-2, di Piero P. Giorgi www.pierogiorgi.org

Tutto tornerà come prima, ce la faremo dopo questa grande paura”: lo si diceva anche dopo grandi tragedie assai peggiori dell’attuale pandemia, come la guerra mondiale degli anni’40. I morti furono diverse decine di milioni, le distruzioni fisiche ed economiche enormemente maggiori di oggi. Non ci si soffermò sul problema di cosa si sarebbe dovuto cambiare – nella società e nelle nostre menti – perché non si ripetesse una disgrazia così enorme. Tutti si impegnarono nella ricostruzione, nel business, nel benessere. La “sicurezza” nazionale fu riposta nelle armi e si arrivò all’attuale situazione nella quale basterebbe l’uso, anche per sbaglio, di solo una decina delle migliaia di armi nucleari pronte a “difenderci”, per causare un inverno nucleare (una barriera di fumo e polvere contro i raggi del sole) che estinguerebbe tutte le forme viventi sulla Terra. Meglio che non tutto torni come prima. Ma veniamo al virus e alle lezioni che possiamo trarre da questa dolorosa vicenda.

Un virus (termine latino che significa ‘veleno’) non è neanche una cellula, neanche una forma vivente: solo una molecola di acido nucleico (DNA o RNA) con una camicia di proteine e un mantello di lipidi, ma è piccolissimo, una frazione di micron (un millesimo di millimetro). Può solo esistere dentro a una cellula infettata (parassitismo obbligato), dalla quale prende in prestito i meccanismi biochimici per duplicarsi e infettare altre cellule. Così facendo, causa malattie in piante e animali. Grazie alla genetica e altri progressi scientifici, gli esseri umani hanno capito di essere in grado di sfruttare e cambiare piante e animali, incidendo profondamente sulla natura. Così si sono considerati padroni del mondo, arrivando a inquinare acque e terreni senza ritegno. I danni ambientali sono cresciuti enormemente, riducendosi parallelamente il vantaggio pubblico, in un quadro di disinteresse e ignoranza della gente. Per esempio, per guadagnare di più, gli allevatori hanno ammassato gli animali da carne (galline, maiali, ecc.) in spazi strettissimi, causando loro stress e malattie; li hanno quindi imbottiti di antibiotici e tra gli acquirenti sono apparsi i primi batteri patogeni resistenti a tutti gli antibiotici, molto pericolosi. In Cina hanno permesso alla gente di mangiare cani randagi ammalati, pipistrelli e pesci male conservati nei mercati. Pare che il nostro piccolo SARS-CoV-2 sia appunto nato nella regione di Huanan o nel mercato di pesci e animali vari della sua capitale Wuhan, nel mese di novembre del 2019. Aveva poco più di due mesi e già appariva in vari paesi del mondo; una creaturina sveglia, molto trasmissibile anche se con bassa mortalità.

Necessario studiare e prevenire. Da questi brevi cenni sulla natura dei virus e l’alterazione umana degli equilibri naturali, si può già dedurre quanto siano attendibili le previsioni di un’accentuazione delle pandemie virali come la presente. Se avessimo studiato bene i corona virus dieci anni prima e avessimo avuto governi più interessati alla prevenzione delle malattie, avremmo salvato molte vite. Questo è stato provato da due paesi, la Corea del Sud e Taiwan, che avevano fatto tesoro dell’epidemia di SARS del 2002. Anche l’Islanda si è comportata in modo esemplare. Già alla fine del gennaio 2020, ancora senza nessun evidente caso d’infezione, ha cominciato una campagna di depistaggio (identificazione preliminare di persone infettate) salvando così molte vite. Al contrario, esempi di paesi che all’inizio della attuale pandemia hanno ostentato un’inazione criminale sono Francia, Inghilterra e Stati Uniti (in ordine alfabetico), con capi di governo arroganti. Sono poi stati svegliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma il danno, ancora da accertare, era ormai fatto.

Smantellamento della Sanità Pubblica. Se consideriamo in particolare gli attuali paesi Europei e gli Stati Uniti, con una pronunciata stratificazione sociale (minoranza ricca e maggioranza che si avvicina alla povertà) e una borghesia in via di diminuzione, notiamo che questa tendenza si riflette anche nel sistema sanitario. Circa trent’anni fa in Italia l’industria della malattia (chiamata però “sanità”) ha cominciato a dividersi in due filoni: la medicina per i ricchi e quella per i poveri (chiamate però “privata” e “pubblica”). La seconda ha molto meno risorse ed è molto più lenta. E’ successo in silenzio, senza un dibattito pubblico preliminare, come tutti i cambiamenti che favoriscono gli interessi dei grossi investimenti, mentre la gente è distratta da TV e mass media, in grado di orientare altrove il loro interesse. Purtroppo l’intervento sanitario necessario per una pandemia è quello pubblico e l’atteggiamento giusto della politica in questa occasione sarebbe quello di chi gestisce i servizi per i cittadini, non quello di chi si preoccupa di conquistare il potere con demagogia, presenze populistiche e pubblicità. Ecco come il piccolo virus, con la sua rapida diffusione, ha evidenziato l’inefficienza dei due filoni di medicina, oltre alla sua fondamentale ingiustizia (più alta percentuale di morti tra i poveri). C’era proprio bisogno di una pandemia per farci capire che un regime sanitario giusto è quello disponibile per tutti e ben sovvenzionato dallo Stato? Ci potremmo chiedere perché il progetto del Presidente Obama di un’assistenza medica nazionale è stato fortemente osteggiato dai conservatori statunitensi. Supponiamo, sempre per capire questa mentalità, che ci siano due livelli nel sistema di difesa militare: un esercito sgangherato che difende i poveri e uno molto tecnologico per difendere solo i ricchi. A noi farebbe ridere, per i conservatori USA invece potrebbe essere logico.

Per concludere. Che prevenire sia meglio di porre rimedio a posteriori, è un’affermazione di antica saggezza e valida non soltanto in campo medico. L’attuale pandemia ha comportato restrizioni di libertà personali sul limite dell’incostituzionalità; sono stati compromessi valori fondamentali come quello della socialità, che potrebbe anche essere superiore al valore della salute. Ma prevenire richiede almeno due cose importanti: una diffusione delle conoscenze anche scientifiche e una reale democrazia. Nel campo della biomedicina le conoscenze medie della popolazione sono a livello medievale. Ma va bene così, perché se la gente sapesse come funziona il proprio corpo sarebbe molto difficile vendere loro tutti quei prodotti che fanno male o nascondere loro le possibili scelte corrotte fatte dai governi riguardo alla salute. Per una democrazia efficace, poi, non basta indire elezioni ogni cinque anni. Bisogna anche provvedere all’Educazione Civica a tutti i livelli scolastici, avere una stampa critica e indipendente, organizzare discussioni politiche ben dirette, serene, senza voci sovrapposte e aggressività, con dichiarazioni documentate e ragionamenti logici. Infine le misure prese dell’amministrazione pubblica devono essere trasparenti e motivate. Se prevenire il disastro nucleare e ambientale ha obbiettivamente più rilevanza della salute, quest’ultimo campo è più vicino e a disposizione di ciascuno di noi: merita quindi un particolare impegno anche personale. Capiremmo davvero che prevenire conviene.

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CORONAVIRUS E INFANTILIZZAZIONE DELLE MASSE

LA TRAGEDIA SANITARIA INDUCE A RIFLETTERE SULLE CAUSE PROFONDE: EDONISMO CONSUMISTICO, DOMINIO DELL’ECONOMIA, TRACOTANZA DEL POTERE

di Salvatore Bravo
Fonte: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/17339-salvatore-bravo-coronavirus-e-infantilizzazione-delle-masse.html

L’infantilizzazione dei popoli, ormai plebi addomesticate, è palese. La gestione dell’epidemia coronavirus ha reso evidente l’azione dei poteri negli ultimi decenni: i popoli-plebi dapprima sono stati trasformati in consumatori anglofoni, ed ora a masse bambine a cui bisogna ripetere ossessivamente di “lavarsi le mani”, “leggere un libro”, “riscoprire gli affetti famigliari”, non devono mancare i momenti ludici, con i bambini si usa il bastone e la carota è risaputo, per organizzare dall’alto attimi di sospensione dell’attenzione e della pressione mediante canti corali sui balconi, esposizione di arcobaleni e del tricolore. Il potere deve presentarsi come il grande padre che deve gestire le masse ossificate nell’infanzia, sono ripetute a tamburo battente le prescrizioni e le sanzioni, in modo che il timore paralizzi il pensiero. Si assiste, ancora una volta, ad una regressione dei popoli ad uno stadio di dipendenza dai poteri e dai leader, i quali si rappresentano come padri severi che devono redarguire le folle con i loro discoli comportamenti, il tutto avviene in modo naturale, senza frizioni, senza dialettica. L’infantilizzazione delle masse è l’effetto di decenni di passività, di rincorsa ad un edonismo, il cui fine era ridurre l’essere umano a sole funzioni consumanti e a narcisismo regressivo. Se le masse accettano gli ordini, si dispongono secondo le geometrie ed i desideri del potere ciò avviene, non per senso civico, ma per l’abitudine all’obbedienza, alla passività che ha privato i popoli di immaginazione e della capacità di porre domande. La parola ed il logos sono stati sostituiti dall’immagine e dall’inglese commerciale.

Bambini senza domande. La definizione “infantilizzazione delle masse”, non presuppone un pregiudizio, un giudizio negativo verso l’infanzia, anzi, i bambini solitamente sono curiosi, pongono domande, guardano il mondo con un’attenzione che sfugge all’adulto. I bimbi irritano l’adulto con le loro osservazioni. Nulla di tutto questo, il potere ha sollecitato la fuga dalle responsabilità, dai contenuti, dalle domande, ha favorito gli elementi regressivi, viziando il suddito, illudendolo che poteva fare tutto ed aveva il diritto ad ascoltare i propri desideri senza mediarli con alcuna attività cognitiva. Il modello del liberismo è stato il desiderio senza limiti, d’altronde “senza limiti” e “senza regole” sono stati gli slogan spesso utilizzati per invitare al consumo. I genitori hanno imitato i propri figli, i professori gli alunni, i vecchi i giovani. L’infantilizzazione è consistita in una fuga generalizzata da se stessi, in un’anarchia edonistica che ha travolto le istituzioni ed ha favorito i processi di privatizzazione dei servizi essenziali della vita dei cittadini, e specialmente dei più deboli. Le voci dissenzienti non sono mancate, ma sono state ridicolizzate, definite “gufi”; il concetto, il pensiero dovevano scomparire dall’orizzonte dei popoli per favorire il vitalismo consumistico, in cui tutti erano posti e disposti sul piano delle sole pulsioni.

Disprezzo dei popoli. Il disprezzo verso i popoli nella condizione attuale, nell’emergenza epidemiologica che stiamo vivendo si esprime con la ripetizione degli ordini e con le indicazioni continue sui comportamenti da assumere amplificati dai media; ovunque vi sono voci metalliche o suadenti che ripetono gli stessi messaggi. I popoli sono incapaci di tutto, sono privi di responsabilità “per natura” per cui una miriade di capi e capetti provvedono a cacciare dai parchi gli infanti e ogni assembramento sospetto. I capetti nelle strade divengono patetici padri che, dopo aver umiliato il senso sociale con un individualismo senza freno, ora, pretendono una nuova obbedienza. L’apparire del potere per le strade ha anche il fine di guadagnarsi un facile consenso, nulla è fatto in modo disinteressato, ma tutto è calcolato, misurato ai fini della propaganda che deve esaltare il grande padre che salva il popolo bambino da se stesso. In questi giorni di “eccezione” dal popolo bambino si esige una nuova trasformazione: dev’essere solidale… Gli appelli alla solidarietà si susseguono, fino ad invitare un singolo per condominio ad uscire (come in Cina) per effettuare la spesa per tutti. Il ridicolo è segnato dalla tracotanza del potere che vuole cambiare comportamenti ed abitudini secondo necessità immediate ed in modo smart, considerando i popoli una “macchina”, in cui il potere introduce l’algoritmo a seconda dei casi. Va in scena la verità del potere: il nichilismo. Se le abitudini possono essere dettate dall’alto, se la plebe è concepita e rappresentata come fango pronta a prendere la forma che le circostanze esigono, ciò avviene poiché si ritiene che non vi sia una natura umana. I mezzi a disposizione permettono di dare forma all’informe, ma il pensiero che per decenni è stato negato riemerge, la natura umana non può essere negata, la gente in fila, nel silenzio metafisico delle città, comincia a porsi domande, ci si rende gradualmente conto che il numero esorbitante dei morti, forse è dovuto ai tagli lineari indiscriminati ai diritti sociali, che mancano i posti letto non per un sortilegio malefico, ma per le politiche liberiste. Mancano i medici per il ricambio generazionale che non vi è stato a causa delle politiche di risparmio sulle pensioni e quindi siamo costretti a chiederli alla Cina, a Cuba ecc. Le scuole sono chiuse, perché luogo di infezione, in quanto a causa dei tagli le classi in media sono di trenta alunni, ammassati l’un sull’altro, per cui probabilmente rimarranno chiuse molto a lungo, dato che non sono garantite le condizioni spaziali per la sicurezza. Non vi sono mascherine, perché si è scelto di trasformare la nazione in un paese di consumatori e non di produttori. Sullo sfondo c’è l’unità europea, l’Europa dell’euro, che ha sostituito la parola comunità con la parola unione. La comunità è la pluralità democratica, l’unione è il collettivismo della finanza e dei finanzieri che giocano con i popoli come si fa con i titoli in borsa.

Olocausto silenzioso. L’Italia sta vivendo come la Grecia il suo olocausto silenzioso per effetto del dominio dell’economia sulla vita, della scelta deliberata di favorire taluni contro i popoli. L’osanna allo stato minimo non favorisce la riconversione della produzione in condizione di necessità estrema. L’osceno ha mille forme, si esige che si resti a casa, che non si esca, ma dopo decenni di atomismo sociale, le famiglie sono spesso al singolare, i vecchi vivono soli, l’appello è quindi assurdo, perché mostra che il potere non conosce ciò che ha prodotto, o peggio la sua violenza si spinge al punto da esigere l’impossibile fino a ignorare le condizioni materiali di vita dei governati. Il silenzio di questi giorni per le strade liberate dal traffico, nelle file per reperire il necessario per sopravvivere sta favorendo l’emergere delle domande. La tragedia che stiamo vivendo ci sta ponendo innanzi il volto meduseo della verità, se non distogliamo lo sguardo, forse, è ancora possibile deviare il percorso che ci sta conducendo verso l’abisso, ma affinché ciò sia possibile dobbiamo tenerci strette le domande e le parole con i loro significati per un nuovo inizio. Vi sono le condizioni materiali e storiche per la prassi storica, perché ciò avvenga dobbiamo mettere in atto la scuola del sospetto, porre in parentesi le parole che quotidianamente ci vengono ripetute, e specialmente rifiutare un’informazione ridotta a cronaca pruriginosa che si limita ad elencare il numero dei morti, o a identificare l’untore. E’ necessario capire le cause profonde di ciò che stiamo vivendo, le domande che si stanno sollevando esigono la disciplina della risposta senza la quale ogni nuovo “incipit” è inutile.

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LA VIA SBAGLIATA DELLA SANITÀ

È TRASCURATA LA POSSIBILITÀ DI POTENZIARE LE DIFESE IMMUNITARIE: GRATUITA E FAVOREVOLE PER TUTTI

Incongruenza del mercato. Antichi imperatori cinesi decisero di pagare lo stipendio dei medici sulla base del numero di persone sane nella loro circoscrizione: più ammalati, meno stipendio. L’interesse obbiettivo dei medici era che le persone stessero in salute. Oggi i termini si sono invertiti: i medici sono pagati solo quando ci si ammala. L’interesse obbiettivo dei medici – o meglio di quello che è diventato l’esorbitante sistema farmaceutico-sanitario – è che la gente si ammali: più ammalati, più profitto. Di fatto la ricerca sanitaria è prevalentemente orientata alla cura delle malattie, specie di quelle che si moltiplicano nei paesi ricchi e rendono maggiori profitti. La prevenzione si limita a predisporre specifici vaccini, che però funzionano solo per poche patologie, sono spesso soggetti a obsolescenza o altri inconvenienti. La moltiplicazione delle malattie e delle loro varianti, anche in relazione ai cambiamenti climatici, spiega in parte l’elefantiasi dell’attuale sistema sanitario. Il quale, nonostante proclami e buone intenzioni, è ancora impostato sul mercato e il profitto, più che sul mantenimento di salute e prevenzione. Esiste invece la possibilità di prevenire le diverse patologie; gli esperti più avvertiti l’hanno evocata parlando di un dovere sociale di comportamenti virtuosi.

Ma quali sono i comportamenti virtuosi? Diverse risposte possono essere date: evitare ogni eccesso, specie di sostanze dannose (droghe, alcol, nicotina, caffeina, medicinali…), dare il dovuto rilievo a movimento, sport, riposo e così via. Ma spesso si trascura il fatto che esiste nell’uomo – come in tutti gli esseri viventi – un sistema immunitario, che offre difese naturali contro ogni attacco esterno (virus, batteri, ferite, parassiti…). La difesa immunitaria è affidata in prevalenza alla flora batterica intestinale, se questa è eubiotica. Per renderla tale sono necessari in particolare determinati comportamenti alimentari. Anzitutto riguardanti la quantità del cibo. Un eccesso di carboidrati, ad es. comporta uno sviluppo dannoso di flora fermentativa che produce residui tossici: trasportati dal flusso sanguigno possono danneggiare l’organismo anche al di fuori del sistema digestivo, come ossa, cervello… Ancor più dannose potrebbero essere le conseguenze della flora putrefattiva, correlata con un eccesso di proteine. Una rapida scorsa alle statistiche sull’alimentazione assicura che la quantità media del cibo nei paesi e nei ceti arricchiti è salita (specie per le proteine, derivanti in gran parte da allevamenti intensivi) molto al di sopra del necessario, misurato quest’ultimo dalle diete tradizionali (come quella mediterranea) e dalle medie statistiche dei paesi poveri. Anche il digiuno – cui sono stati spesso costretti i nostri predecessori, cacciatori e raccoglitori, per qualcosa come 200mila anni – potrebbe dare ottimi risultati per ottenere una flora eubiotica, che ci difenda da ogni aggressione esterna.

La sobrietà alimentare è quindi il primo fattore da perseguire per assicurarsi la pienezza delle difese immunitarie. Ovviamente non è l’unico, contano anche la composizione della dieta, la qualità degli alimenti, gli accostamenti, la digeribilità, i tempi, fattori psicologici, ecc. ecc. Ognuno di noi può verificare su sé stesso quanto la sobrietà alimentare sia efficace – nei tempi debiti, s’intende – per prevenire e curare anche le affezioni più banali, come il raffreddore: grazie al miglioramento della flora intestinale e al recupero della sua funzione immunitaria. Se è efficace nel piccolo, non si vede perché non dovrebbe esserlo anche per le affezioni più gravi, come coronavirus, cancro, infarto… Si deve sottolineare che non esiste il mercato della sobrietà, nessuno che fa profitti, tranne chi la pratica e la collettività nel suo complesso: spetta ai governi spingerla anziché ignorarla, il mercato da solo la ignorerà sempre.

Effetto serra. Oltre a questa difesa alla radice la propria salute, una dieta sobria sarebbe la via più semplice, a portata di ciascuno, per combattere la grande minaccia che incombe sul pianeta: il riscaldamento globale per l’effetto serra. Su questo, ad es. influisce non poco il metano emesso dai ruminanti, oltre al consumo di fossili per concimi e movimentazione. Purtroppo la prospettiva della sobrietà sembra totalmente assente nei nostri governanti. Non ignoriamo che richiede tempi lunghi, un’opera capillare di informazione e di educazione, la contrapposizione al consumismo ormai divenuto abituale; soprattutto che la sobrietà è completamente all’opposto della demagogia populistica, oggi dominante, non solo in Italia. Però non si può non evidenziare la funzione liberante e stimolante, che avrebbe, per il singolo e per la società, la scarsa probabilità di essere contagiati perché ben difesi da una flora eubiotica.

In definitiva, dobbiamo auspicare che l’emergenza del momento per il coronavirus possa costituire l’occasione per ripensare la funzione del servizio sanitario; potrebbe contribuire a combattere l’effetto serra, ponendosi nel contempo a favore della vera salute dei cittadini e non del profitto per il sistema farmaceutico-sanitario. Auspichiamo altresì che i governanti si convincano a non escludere la prospettiva del potenziamento delle difese naturali nella ricerca scientifica e nella propaganda istituzionale. Limitarsi a raccomandare l’uso delle mascherine o di lavarsi le mani sembra davvero poco, rispetto al ruolo delle difese immunitarie. Invece le drastiche limitazioni alle libertà e i divieti agli incontri tra le persone rischiano di far vedere in ciascun altro un possibile “untore” e di compromettere valori forse ancor più importanti della salute o dell’economia: la democrazia (moltiplicando le possibilità manipolatorie), la partecipazione, soprattutto la crescita umana e sociale. Ciò non toglie che si debbano assecondare gli sforzi posti in atto dal governo: si chiede soltanto di non trascurare una prospettiva che potrebbe evitare il ripresentarsi in futuro di situazioni analoghe o ancor peggiori.

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L’USO MILITARE NASCOSTO DELLA TECNOLOGIA 5G

di Manlio Dinucci Il manifesto 10 dic. 2019

Al Summit di Londra i 29 paesi della Nato si sono impegnati a «garantire la sicurezza delle nostre comunicazioni, incluso il 5G». Perché questa tecnologia di quinta generazione della trasmissione mobile di dati è così importante per la Nato? Mentre le tecnologie precedenti erano finalizzate a realizzare smartphone sempre più avanzati, il 5G è concepito non solo per migliorare le loro prestazioni, ma principalmente per collegare sistemi digitali che hanno bisogno di enormi quantità di dati per funzionare in modo automatico.
Le più importanti applicazioni del 5G saranno realizzate non in campo civile ma in campo militare. Quali siano le possibilità offerte da questa nuova tecnologia lo spiega il rapporto Defense Applications of 5G Network Technology, pubblicato dal Defense Science Board, comitato federale che fornisce consulenza scientifica al Pentagono: «L’emergente tecnologia 5G, commercialmente disponibile, offre al Dipartimento della Difesa l’opportunità di usufruire a costi minori dei benefici di tale sistema per le proprie esigenze operative». In altre parole, la rete commerciale del 5G, realizzata da società private, sarà usata dalle forze armate statunitensi con una spesa molto più bassa di quella che sarebbe necessaria se la rete fosse realizzata unicamente a scopo militare.
Gli esperti militari prevedono che il 5G avrà un ruolo determinante nell’uso delle armi ipersoniche: missili, armati anche di testate nucleari, che viaggiano a velocità superiore a Mach 5 (5 volte la velocità del suono). Per guidarli su traiettorie variabili, cambiando rotta in una frazione di secondo per sfuggire ai missili intercettori, occorre raccogliere, elaborare e trasmettere enormi quantità di dati in tempi rapidissimi. Lo stesso è necessario per attivate le difese in caso di attacco con tali armi: non essendoci il tempo per prendere una decisione, l’unica possibilità è quella di affidarsi a sistemi automatici 5G.
La nuova tecnologia avrà un ruolo chiave anche nella battle network (rete di battaglia). Essendo in grado di collegare contemporaneamente in un’area circoscritta milioni di apparecchiature ricetrasmittenti, essa permetterà ai reparti e ai singoli militari di trasmettere l’uno all’altro, praticamente in tempo reale, carte, foto e altre informazioni sull’operazione in corso.
Estremamente importante sarà il 5G anche per i servizi segreti e le forze speciali. Renderà possibili sistemi di controllo e spionaggio molto più efficaci di quelli attuali. Accrescerà la letalità dei droni-killer e dei robot da guerra, dando loro la capacità di individuare, seguire e colpire determinate persone in base al riconoscimento facciale e altre caratteristiche.
La rete 5G, essendo uno strumento di guerra ad alta tecnologia, diverrà automaticamente anche bersaglio di ciberattacchi e azioni belliche effettuate con armi di nuova generazione. Oltre che dagli Stati uniti, tale tecnologia viene sviluppata dalla Cina e altri paesi. Il contenzioso internazionale sul 5G non è quindi solo commerciale.
Le implicazioni militari del 5G sono quasi del tutto ignorate poiché anche i critici di tale tecnologia, compresi diversi scienziati, concentrano la loro attenzione sugli effetti nocivi per la salute e l’ambiente a causa dell’esposizione a campi elettromagnetici a bassa frequenza. Impegno questo della massima importanza, che deve però essere unito a quello contro l’uso militare di tale tecnologia, finanziato indirettamente dai comuni utenti.
Una delle maggiori attrattive, che favorirà la diffusione degli smartphone 5G, sarà quella di poter partecipare, pagando un abbonamento, a war games di impressionante realismo in streaming con giocatori di tutto il mondo. In tal modo, senza rendersene conto, i giocatori finanzieranno la preparazione della guerra, quella reale.

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LA RIVOLUZIONE NONVIOLENTA

LO STUDIO DELLA NATURA UMANA PUÒ EVITARE UNA RAPIDA ESTINZIONE

Questo è il titolo (e sottotitolo) di una nuova pubblicazione del prof. Piero Giorgi*, neurobiologo, oggi dedito agli studi sulla pace. Alle sue ricerche e idee abbiamo dedicato diversi articoli su questo sito (si veda nell’indice: SCHEDE TRATTE IN COLLABORAZIONE CON PIERO GIORGI). Con quest’ultimo breve libro, dall’intento divulgativo, viene lanciata la proposta di una rivoluzione epocale, diversa da quelle che la storia ci ha descritto, nelle quali spesso gli inconvenienti si sono rivelati peggiori dei mali combattuti.

RIVOLUZIONE DIVERSA. Le peculiarità di questa diversa rivoluzione dovrebbero essere: nonviolenza, lentezza, legalità e localismo, caratteri quasi completamente opposti a quelli delle rivoluzioni storiche. Alla base di questa elaborazione c’è la scoperta recente (affermata solo dal 2014) e altrettanto rivoluzionaria, che l’uomo paleolitico ha potuto sopravvivere per almeno 50 mila anni, e forse anche 200 mila, in piccole comunità nomadi, dedite a caccia e raccolta del cibo. Ma per sopravvivere in quelle condizioni non poteva non avere sviluppato particolari qualità. Anzitutto gli uomini paleolitici dovevano, come ogni altra specie animale, non uccidersi tra loro, cioè essere nonviolenti. Violenza si definisce infatti quella esercitata verso membri della propria specie – nettamente distinta dalla semplice aggressività alimentare delle numerose specie carnivore (che pertanto non si possono definire violente). Come le tribù di cacciatori e raccoglitori che sono state studiate ancora nei nostri tempi, le comunità paleolitiche dovevano essere capaci di risolvere pacificamente eventuali controversie che si manifestassero tra i membri, evitando così lo scoppio della violenza.

LA RICERCA paleontologica basata su numerosi reperti, conferma infatti che le prime scene di violenza sull’uomo appaiono soltanto dopo la scoperta della produzione del cibo (coltivazioni e allevamenti), la stanzialità e, più tardi, con l’allargamento dei centri abitati, l’anomia, la gerarchia, l’esigenza di controllo. È priva di fondamento pertanto la convinzione – molto diffusa – che violenza e guerra ci siano sempre state e siano quindi inevitabili. In tal caso non si potrebbe far altro che cercare di contenerle. Se invece caratterizzano solo una piccola parte della storia dell’umanità, quella più recente, ed è dovuta ad una cultura, non alla natura immodificabile, si aprono prospettive insperate. Prospettive che potrebbero rischiarare anche le altre ben note minacce, come: inquinamenti, squilibri sociali, povertà, fame, migrazioni, riscaldamento globale…

NATURA UMANA. La nonviolenza dei nostri progenitori conduce anche ad esplorare altre caratteristiche del loro comportamento, fino a delineare quella che è, o dovrebbe essere, la natura umana. Questa viene intesa qui non in senso giuridico, filosofico o religioso, ma in senso zoologico, o meglio, trattandosi di umanità, in senso bio-culturale, dato che la cultura è la componente più decisiva nella determinazione dell’uomo. Molte attribuzioni che in precedenza venivano assegnate alla genetica (Dna), sono oggi riconosciute alla determinante influenza dell’ambiente socio culturale, specie nei primissimi anni di vita. In questi anni infatti, il cervello umano ancora in formazione, è in grado di acquisire in brevissimo tempo quello che più tardi potrà imparare con tempo e fatica molto maggiori (ad es. le lingue straniere). È anche in questa fase che viene acquisito l’atteggiamento di fondo violento o nonviolento, non dalle parole ma dagli atteggiamenti che il bimbo percepisce. Si può pure ricordare a questo proposito un recente studio secondo il quale i bambini, anche di famiglie non credenti, sono aperti al trascendente e alla spiritualità, se l’ambiente non soffocasse questa loro curiosità (Justin Barret, Born Believers).

COROLLARI della nonviolenza, nella lettura che Giorgi, in accordo con numerosi antropologi, fa della natura umana, sono le seguenti qualità: empatia, contrapposta al sospetto; solidarietà, contrapposta all’egoismo; cooperazione, contrapposta alla competizione; spiritualità, contrapposta al materialismo. L’empatia ha un ruolo importantissimo e si acquisisce prevalentemente col contatto fisico del bambino con la madre per almeno due anni. L’ossitocina è l’ormone che ne facilita l’acquisizione, mentre la regione del cervello coinvolta è la fronte: prominente nei reperti degli ultimi 50 millenni rispetto alla fronte sfuggente dei reperti precedenti. È proprio il fenomeno della costruzione postnatale delle vie nervose corrispondenti al comportamento sociale – secondo i modelli percepiti nella prima infanzia – che ha permesso l’accumulo culturale sofisticato degli esseri umani (evoluzione culturale) di tipo comunitario, non di tipo individuale. Lo stesso fenomeno ci permetterà di riacquistare la nostra umanità (nonviolenza) se decidiamo di farlo. La solidarietà è la grande virtù negata dall’individualismo moderno imperante. La cooperazione diventa sempre più importante oggi col crescere del contenuto immateriale dell’economia, gettando ombre sulla competizione, tanto esaltata dal pensiero main-stream (anche in sede europea). La spiritualità infine non va trascurata perché è componente fondamentale nel riconoscimento dei reperti umani. È importante comprendere che queste modifiche portate dalla recente modernità sono una perdita, non una crescita, di umanità.

MODELLO SCIENTIFICO. Dobbiamo essere grati a Piero Giorgi per averci illuminati su questo modello di umanità, che può essere indicato a chiunque, essendo stato elaborato sul piano prettamente scientifico, laicamente, prescindendo da fedi o ideologie. Comporta davvero una rivoluzione: una rivoluzione culturale che alla lunga potrà trasformare l’uomo e salvare la società. Qualche dubbio può rimanere invece sulla tempistica di questa rivoluzione. Il cambio climatico sta colpendo il mondo con evidenza, forza e rapidità dirompenti: potrebbe essere questa la leva di cambiamento su cui insistere anche per giungere più rapidamente all’obiettivo finale della rivoluzione nonviolenta.

FINALITÀ DEI PARTITI. Il vero problema è come far passare queste ed altre idee – alternative al main-stream – dall’ambito limitato degli studiosi, all’attenzione dell’opinione pubblica e della politica. Molta speranza può essere riposta nei social media, che possono far circolare ad una velocità prima impensabile nuove idee (ma purtroppo anche fake news). Bisognerebbe che il modello di uomo nuovo (e antico) sopra delineato entrasse a far parte delle finalità perseguite da un nuovo robusto programma di educazione della prima infanzia e dei bambini a scuola: amare l’apprendimento e diventare veri cittadini attraverso l’educazione civica e l’educazione politica (non partitica). In altre pubblicazioni Giorgi ha suggerito che i partiti politici sono anti-costituzionali perché, invece del bene comune, perseguono fini di potere – anzitutto conquistare il favore degli elettori accarezzando i loro sentimenti “di pancia”, con semplificazioni, slogan-patacche o altri trucchi pubblicitari. Si può ricordare il caso della decrescita, indicata inizialmente tra le finalità del M5s, ma presto dimenticata in favore di uno squallido populismo (ad eccezione della disperata opposizione a TAV o analoghe opere ciclopiche). Ci vorrebbe un’aggregazione di partiti contrapposti al populismo in nome di principi come: nuovo umanesimo qui indicato, andare oltre le apparenze menzognere della pubblicità, operare localmente ragionando globalmente, volare alto nel tempo e nello spazio, facendosi carico del futuro, senza dimenticare il passato anche lontano, per lasciare un pianeta abitabile a figli e nipoti.

* Piero P. Giorgi, La rivoluzione nonviolenta, Lo studio della natura umana può evitare una rapida estinzione, Gabrielli editori, Verona 2019

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I DOMINATI NON SANNO DI ESSERLO

L’AZIONE DISCRETA DELL’1% DI GRANDI RICCHI: COME INDURRE LA GENTE A OPERARE CONTRO IL PROPRIO INTERESSE*

“LA CLASSE SOCIALE DEI GRANDI RICCHI pare essere oggi l’unica sopravvissuta in quanto classe, perché è la sola ad aver conservato una precisa coscienza di sé come gruppo sociale caratterizzato da confini precisi e da precisi interessi collettivi. Nessun altro gruppo, nella frammentata società contemporanea, presenta un tale grado di coesione e una tale capacità di mobilitazione in difesa dei propri interessi. I privilegiati sono riusciti nel capolavoro di brandire miti liberisti e meritocratici e comportarsi invece in modo prettamente collettivista, erigendo delle barriere invalicabili tra sé e il resto del mondo” [1835-1839]. La classe dei grandi ricchi ha una consistenza di circa l’1% in tutti i paesi progrediti, compreso il nostro, e si contrappone al restante 99% della popolazione, in termini che possiamo definire di dominanti a dominati. Ha da tempo superato la dimensione nazionale e forse oggi, dopo la globalizzazione, converrebbe partire da questo dato generale quando si parla di destra-sinistra, divario e simili questioni politiche.

NUOVI SIMBOLI. Mentre l’antica nobiltà faceva sfoggio della propria posizione esibendone i simboli, i nuovi ricchi si ispirano a un estremo riserbo riguardo alla consistenza patrimoniale. Esibiscono piuttosto un patrimonio simbolico e culturale per alimentare il mito di una superiorità basata sul merito. Il riserbo comporta difficoltà già nel contattare queste persone importanti da parte di studiosi ricercatori, ai quali in ogni caso potrà essere ribadito il rapporto reale: quello tra dominatore e dominato. Il dominio discreto dei nuovi ricchi viene dunque esercitato anzitutto sul piano simbolico e culturale, utilizzando una serie di strumenti capillari e penetranti. Tra questi non mancano le fake news ma conta soprattutto il controllo dei media, vecchi e nuovi. I poteri riescono ad evitare che vengano toccati certi temi che li riguardino direttamente (come il divario) preferendo che i media concentrino l’attenzione su temi in grado di suscitare emozioni distorcenti, come la paura degli immigrati.

IMMIGRATI. Estremamente utili nei paesi con popolazione fortemente invecchiata, come la nostra, per attività spesso snobbate (badanti, lavori agricoli…) gli immigrati costituiscono però una effettiva minaccia a livello occupazionale, abitativo e dei servizi, minaccia percepita soprattutto dalle classi popolari. Le difficoltà economiche poi accentuano la competizione tra gruppi e portano a percepire gli ultimi arrivati come concorrenti e rivali. Il successo del populismo non solo in Italia, deriva proprio dal fomentare queste paure degli immigrati e nel cercare di frenarne l’arrivo, spesso anche con metodi poco umani. Prima preoccupazione dei populisti al governo è quella di mettere le mani sui mezzi di informazione, anche ufficiali, per condizionarli, costringendoli a parlare di loro, meglio se in termini positivi: cosi ad es. ha fatto Salvini con la Rai.

MOTIVAZIONI. Ovviamente non si accenna minimamente al perché si verificano e si accentuano questi flussi migratori. Se si volesse minimamente ragionarvi, subito si comprenderebbe che le guerre scatenate in Africa dai vari Bush, Sarkozy, ecc. sono state fatte non già nell’interesse degli africani, ma dalla cupidigia occidentale per le risorse petrolifere e minerarie – alla base anche della tecnologia digitale – di cui quei territori abbondano. Grazie anche alla diffusa corruzione, i vantaggi vanno tutti agli interessi occidentali (a parte una ristrettissima élite locale corrotta): le popolazioni ne sono quasi completamente escluse. Si allarga così la disoccupazione e con essa miseria e fame. Se poi si considera la fortissima natalità (con medie fino a 5-6 figli per donna) di fronte a quella bassissima dell’occidente, si comprendono subito le motivazioni di fondo dell’emigrazione: la speranza di poter trovare decenti condizioni di vita e lavoro, ma soprattutto la fuga da guerre e fame. Motivazioni così forti da non far desistere neppure di fronte ai pesantissimi rischi connessi con l’attraversamento di mari, deserti, malavita ecc. In definitiva colpevoli delle migrazioni siamo noi occidentali, che abbiamo depauperato l’Africa prima di risorse umane, oggi di risorse agro-forestali e minerarie. Senza alcuna preoccupazione per un suo reale sviluppo. Ma questo nostro debito reale non viene minimamente percepito dai migranti che, al contrario, ci vedono come salvatori e benefattori.

IL DIVARIO SOCIO-ECONOMICO costituisce un altro caso macroscopico di sfruttati che non sanno di esserlo. Qui la psicologia sociale offre spiegazioni di altissimo interesse. Smonta, sulla base di accurate ricerche sperimentali, molte delle convinzioni che sono state diffuse più o meno ad arte, fino a diventare luoghi comuni. Eccone alcuni esempi. Vi è la convinzione che esista una elevata mobilità sociale e che il raggiungimento di elevati livelli dipenda dal proprio merito. I dati dimostrano, al contrario, che sono rare certe carriere strepitose e che è molto più probabile che i livelli elevati siano riservati a persone appartenenti alle élites superiori, mentre le classi popolari restano ai posti bassi. Le differenze iniziano già dalla prima educazione: studi empirici hanno mostrato, ad es. che i giovani della classi superiori crescono in un modello prevalentemente indipendente, autoreferenziale, mentre quello delle classi inferiori è un modello interdipendente, cioè aperto al confronto e alla dipendenza da altri. Così ad es. certi pubblicitari sottolineano i legami sociali quando si rivolgono alla working class, mentre per le classi medio-alte sottolineano l’unicità [1285]. Ancora, spiega la psicologia, l’accumulo della ricchezza permette ai privilegiati di presentarsi come generosi elargitori di benefici, che creano in chi li riceve un sentimento di gratitudine, che a sua volta si trasforma in accettazione della disparità [3011]. Quando si vive in una condizione svantaggiata, si crea un senso di colpa che porta alla perdita dell’autostima: si ha la sensazione di non poter controllare la propria vita, di non avere prospettive. Tutto ciò può indurre i poveri a compiere scelte contrarie al loro stesso interesse.

LA STUPIDITÀ UMANA è stata definita quella di chi riesce a provocare al contempo danni a sé e agli altri (C.M.Cipolla). La recente diffusione di populismi e sovranismi nel mondo sembra dare consistenza ad una esplosione di stupidità, così definita. Le chiusure che propongono sovranisti e populisti vanno in senso contrario all’interesse comune, producono piuttosto danno reciproco, cioè stupidità. Certo, in alcune situazioni il protezionismo può rivelarsi utile (per favorire ad es. la nascita di certi settori strategici); ma per un tempo limitato e non già come programma generale di un partito. Le ragioni della mente dovrebbero risalire sopra quelle della pancia.

*riferimento: Chiara Volpato, Le radici psicologiche della disuguaglianza, Laterza 2019; i numeri tra parentesi quadra si riferiscono alle posizioni del testo elettronico in formato Kindle.

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IL CIRCOLO VIZIOSO DEL DIVARIO SOCIO-ECONOMICO

NON C’È SOLTANTO L’ACCUMULAZIONE O LA SPECULAZIONE, MA ANCHE UN CLIMA CULTURALE CHE RITIENE NATURALE IL DIVARIO E NE NASCONDE CAUSE E DANNI

ALTO ERA IL DIVARIO socio-economico negli anni precedenti la prima guerra mondiale nei paesi occidentali. Successivamente si ebbe un progressivo ridimensionamento grazie, in particolare, alle politiche keynesiane di intervento statale nell’economia, resesi necessarie per il superamento della forte crisi degli anni ‘30, oltre alla ricostruzione conseguente al disastro delle grandi guerre. Il miglioramento distributivo è proseguito per tutto il trentennio successivo alla seconda guerra, in particolare con la crescita di una consistente classe media. La tendenza si è nettamente invertita negli anni ‘80 con l’avvento del liberismo: instaurato da Reagan e Thatcher, e presto esteso a livello mondiale, anche in campo accademico e culturale. Da allora il divario è cresciuto in modo esponenziale fino ad arrivare alla situazione incredibile che non più di una decina di persone al mondo assommano una ricchezza pari a quella della metà più povera della popolazione mondiale (ognuno possiede sull’ordine di quanto mezzo miliardo di altri umani!). É preoccupante che il divario non si manifesta soltanto agli estremi, ma erode notevolmente la classe media affermatasi nel trentennio felice.

LE CAUSE del forte divario sono state studiate a livello specialistico, anche se poco conosciute dalla gente: attengono ad una pluralità di aspetti economici, socio-politici, psicologici, culturali. È ovvio che quanto maggiore è la ricchezza che si possiede, tanto più è facile aumentarla ulteriormente, grazie a rendite, interessi, speculazioni, ecc. Il divario dunque cresce su sé stesso, è destinato “naturalmente” ad accentuarsi se non si provvede a correggerlo. Il fenomeno poi si facilita in periodi caratterizzati da scarsa natalità e scarsa crescita economica, come l’attuale. L’aspetto rilevante è che manca la sensibilità al problema e nessuno pensa a porre in atto efficaci correttivi sia a livello politico che socio-culturale, essendo invalsa l’idea che i ricchi lo sono per loro merito e i poveri per loro demerito. Il tutto condito con una forte dose di individualismo, che impedisce di confidare nella solidarietà di classe e nelle lotte collettive.

LA NATURALITÀ è proprio uno dei grandi imbrogli con cui l’ideologia liberista presenta il divario: ritiene naturali istituzioni umane come il mercato, la competizione, la logica hobbesiana homo homini lupus. Così viene ignorata la cooperazione, la solidarietà e gli altri valori che fanno crescere l’umanità. Non si pensa che per qualche centinaia di migliaia d’anni gli uomini erano nomadi, senza proprietà né accumulazione né gerarchie; solo da pochissimi secoli sono subentrate le condizioni che consentono l’attuale incontrollato divario economico sociale. Eppure viene presentato come qualcosa di naturale, sempre esistito, contro cui è vano lottare.

VALORE DELL’IMMATERIALE. Può essere significativo esaminare il fattore di arricchimento forse più rilevante negli ultimi decenni: quello del valore di certi beni immateriali connessi con la rivoluzione digitale, come i software dei nostri apparecchi. La crescita strepitosa dei giganti del web (e dei guadagni di chi li controlla) risiede soprattutto nella caratteristica dei beni immateriali di poter essere venduti indefinitamente senza quasi alcuna spesa ulteriore per chi li ha prodotti. Lo Stato garantisce il super-guadagno con la protezione dei brevetti, protratta per lunghi anni e con tasse insignificanti rispetto ai guadagni consentiti. Una riflessione di giustizia potrebbe partire dalla considerazione che molti beni immateriali (opere d’arte, dell’ingegno, ambiente ecc.) hanno una particolare importanza nella crescita dell’uomo e della società; sono pertanto beni comuni e meritano una particolare attenzione affinché possano andare a vantaggio di tutti e non soltanto dei proprietari o di chi li ha prodotti. Per i software si tratta in sostanza di abbreviare di molto il periodo di protezione brevettuale e in ogni caso di applicare politiche fiscali riequilibratrici. Altrimenti si consente una sorta di tassazione privata per tutti noi utenti e consumatori per beni di grande utilità sociale che, ai fini del bene comune, meriterebbero incentivazione anziché tassazione.

NULLA DI “NATURALE”, come si vede, c’è in questo processo di iniqua ripartizione. Lo Stato assiste impassibile a fenomeni di arricchimento abnorme, resi possibili dalle sue stesse leggi; non seleziona le attività più valide (favorendo ad es. quelle che non provocano il riscaldamento globale). In parole povere non fa il suo mestiere. Vi è sotto il pregiudizio liberista che privilegia la privatizzazione e confida ciecamente nel mercato. Ma, come nel caso della speculazione, si tratta di un processo a somma zero: quello che guadagnano gli uni lo perdono gli altri; quello che guadagnano i giganti del web lo paghiamo tutti noi utenti e consumatori. Questo è soltanto un piccolo esempio di come nell’attuale società, fondamentalmente liberista, si opera l’accrescimento strepitoso del divario; e c’è da ritenere che i giochi a somma zero vadano continuamente moltiplicandosi, anche considerando la crescente capacità di convinzione mediatica.

PUBBLICITÀ PER VINCERE. Il caso più rilevante di circolo vizioso nel divario consiste proprio in questo: si è scoperto che elettori e consumatori scelgono allo stesso modo, preferendo, più o meno inconsciamente, il nome che più hanno sentito ripetere a livello mediatico. Da quel momento le elezioni si vincono, più che con le idee, con la pubblicità – quindi con i soldi. I ricchi, ovviamente, ne sono assai avvantaggiati. Di fatto sono ovunque “scesi in campo” occupando posti di rilievo nella politica. Soprattutto si assicurano che nessuno metta in discussione il divario e le leggi che lo consentono. Ciò che più potrebbero temere sarebbe l’aumento delle conoscenze e del senso critico dei cittadini. Ecco lo sviluppo dei movimenti populistici, spesso guidati da magnati dell’economia, che fanno appello a sentimenti “di pancia”, come la paura degli immigrati e si oppongono anzitutto ad ogni crescita reale delle persone.

riferimento: Chiara Volpato, Le radici psicologiche della disuguaglianza, Laterza 2019;

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PRIMA O POI CI SARÀ UNA NORIMBERGA

SEQUESTRO DI PERSONA AGGRAVATO E MESSA A RISCHIO DELLA VITA DI DECINE DI INNOCENTI SONO REATI CHE DOVRANNO ESSERE PUNITI ANCHE SE COMMESSI DA UN MINISTRO

di Marco Revelli il Manifesto 26 gennaio 2018

Un ministro dell’interno che delinque è un oltraggio per il proprio Paese. Un segno di vergogna che ci accompagna ovunque andiamo. Un ministro dell’interno che oltre a delinquere irride la giustizia del proprio Paese, dichiara di infischiarsene dei giudici e promette di reiterare il reato, è qualcosa di peggio. E’ una sfida vivente alla nostra democrazia e alla Costituzione che la garantisce. Una sfida che deve essere accettata e vinta, pena la caduta irrimediabile in un limbo della civiltà senza uscita. Forse Matteo Salvini fa il gradasso perché sa che la sua banda lo tutelerà in Parlamento, che con la complicità della sua maggioranza di governo si salverà dal giudizio del Tribunale dei ministri. E’ probabile. O forse pensa di sfidare i giudici nelle urne, per ricevere da “vittima”, un plebiscito alle europee. E’ possibile. Ma sappia che prima o poi ci sarà una Norimberga. Che quei crimini contro l’umanità, consumati o minacciati, non resteranno ingiudicati e impuniti, quando l’umanità ritornerà in sé, e il consenso degli accecati non basterà più a far da scudo agli specialisti del disumano.
Assolutismo. Non sono solo i 177 della Diciotti, sequestrati come fossero un carico di bestiame e segregati contro la loro volontà e contro ogni principio politico e morale; e nemmeno i 47 della Sea Watch messi a rischio della vita per un basso calcolo politico e elettorale. Nel conto ci sono anche i 100 ricacciati indietro dal “moderato” Conte, il devoto di padre Pio che ha fatto il miserabile miracolo di spedire nelle piccole Auschwitz libiche chi dichiarava di preferire morire che ritornare in quell’inferno, e che pure pretende di aver compiuto un atto di beneficenza. Né possono chiamarsi fuori i galoppini 5 Stelle, quelli che gridavano Onestà Onestà e ora nicchiano e tacciono sull’immunità parlamentare per quello che ha stracciato il diritto positivo e quello naturale, violando Costituzione e convenzioni internazionali. Per tutto questo i colpevoli dovranno pagare il proprio prezzo alla giustizia, perché non c’è ragione politica o Ragion di Stato che tengano: l’argomento di chi sostiene che tutto ciò rientrerebbe nel campo della discrezionalità di governo anziché della giustizia penale è ridicola, come se si vivesse ancora nell’epoca dell’assolutismo, quando il sovrano era legibus solutus e non si fosse ancora affermato lo Stato di diritto, dove un reato – tanto più se penalmente grave come il sequestro di persona aggravato o la messa a rischio della vita di decine di innocenti – resta un reato, anche se commesso dal titolare del potere.
Il cerchio perverso dell’abuso di potere va spezzato. Perché se l’ostentazione plateale della brutalità non viene sanzionata, diventa virale. Contagiosa come una febbre maligna. Quanto accadde all’origine del fascismo insegna. Se restasse impunita otterrebbe una legittimazione che apre al consenso. Allora le camere del lavoro bruciate dalle squadracce impunemente, sotto gli occhi delle guardie regie, convinsero la “zona grigia” che i violenti avevano ragione. O comunque erano nel lecito. Per questo si impone, oggi, una mobilitazione eccezionale, all’altezza della gravità dei tempi. I nuovi chierici di questo infame “culto del truce” vanno fermati. L’appello “Non siamo pesci” affinché venga immediatamente istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi in mare è un primo passo importante. Un’occasione – un dovere – per tutti di schierarsi. E oltre l’appello la presa di parola, in ogni ambito della società si operi, dai media alle professioni, dall’università ai tribunali, dall’associazionismo alle realtà territoriali e di lavoro. Nessuno, in nessun ambito della vita sociale, deve sentirsi esentato dal dovere di reagire a questa corruzione dell’esistenza.

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