COS’È CHE PIÙ CI ARRICCHISCE?
RIFLESSIONI SUL PARADIGMA DELLA SCIENZA ECONOMICA
Dal lassez faire all’interventismo. È ovvio che le scienze siano influenzate dalla realtà dell’epoca in cui avvengono: soggette quindi a mutare quando cambiano le situazioni concrete. Quando, verso il 15-16° secolo, iniziò il tentativo di dare una dignità “scientifica” alle riflessioni sull’economia – di fondare cioè una scienza economica – oltre alle tradizionali attività per la sussistenza, specie agro-alimentare, si erano imposti i commerci e gli scambi. Logico quindi che l’attenzione dei primi economisti si concentrasse sugli scambi commerciali, i quali, peraltro, avevano anche un non secondario effetto sul piano culturale, mettendo in contatto con la diversità di paesi e civiltà prima sconosciute. È da segnalare che il compito dello Stato, in questa situazione, è piuttosto limitato: favorire gli scambi liberalizzando i mercati e limitando gli interventi: lassez faire. Con la rivoluzione industriale, fonte prioritaria di ricchezza diventa la produzione (organizzata in modo industriale, appunto). Su di essa si concentra l’attenzione degli economisti classici, come Smith e Ricardo. Marx giunse a ritenere, più tardi, che la produzione – materiale e immateriale – è la caratteristica centrale dell’uomo, prima ancora che dell’economia. Per favorire la produzione, però, il ruolo dello Stato non può essere liberista come prima. Si aprono infatti nuovi compiti per le pubbliche istituzioni: predisporre le infrastrutture necessarie per l’industria, governare i processi migratori, educare e preparare i giovani, proteggere dalla concorrenza esterna i mercati nascenti, ecc.
Contrapposizione ideologica. Una radicale divisione si produsse così nel pensiero economico ottocentesco, tra coloro che passarono a sostenere l’interventismo (i marxisti anzitutto, che forse lo esagerarono) e il pensiero rimasto fedele al liberismo, che si definì neo-classico. Anche quest’ultimo pensiero – diventato prevalente in occidente e nel mondo intero dopo la caduta del muro di Berlino – non è esente da condizionamenti ideologici, tanto da far ritenere che la eccessiva fiducia nel mercato e la conseguente mancanza di controlli pubblici siano tra le cause principali delle crisi economiche, compresa quella iniziata nel 2008. Sta di fatto che questa crisi non era stata prevista da quasi nessun economista, così come nel caso della precedente grande crisi del 1929, né di quelle minori. Tutto ciò non può non far sorgere forti dubbi circa la validità delle analisi della scienza economica liberista tuttora invalsa.
Una tesi suggestiva può riguardare il paradigma dell’economia cioè i principali oggetti di studio e relativi metodi di questa scienza; con un’immagine un po’ ardita si potrebbe dire che il paradigma riguarda il motore dell’economia. In pratica il paradigma di una economia arcaica sarebbe stato incentrato sull’agricoltura, nel periodo rinascimentale sugli scambi commerciali, dopo la rivoluzione industriale sulla produzione. E quale dovrebbe essere oggi, dopo la rivoluzione informatica, la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia? Poiché gli scambi finanziari hanno raggiunto una dimensione di gran lunga superiore ad ogni altra forma di scambio – consentendo enormi guadagni speculativi per pochi potenti operatori – si potrebbe sostenere che proprio sulla finanza andrebbe oggi concentrato il paradigma degli studi economici. Tuttavia la speculazione finanziaria (come ogni altra forma speculativa) ha la caratteristica di operare “a somma zero”: ciò che guadagna qualcuno è perduto da altri. Ovvio che la finanza vada vista più come pericolo da controllare e contenere, che non un motore cui affidarsi. E in effetti si è visto quanto peso possa raggiungere la speculazione finanziaria, giungendo nel 1992 a minacciare valute come la lira e la sterlina e poi persino l’euro, la moneta dell’area più ricca del mondo!
Crescita umana come paradigma? La critica alla finanza e l’impossibilità a considerarla motore dell’economia attuale induce anche a prendere le distanze circa la validità dei paradigmi precedenti. Non potrebbe essere che l’effetto “secondario” degli scambi – quello di consentire una crescita culturale, mettendo in contatto con la diversità di altri popoli – sia un risultato più profondo e duraturo del guadagno monetario degli scambi? E analogamente, non potrebbe essere la crescita umana e professionale conseguente all’introduzione di nuove forme di produzione, il risultato più prezioso nell’industrializzazione? L’ipotesi che la crescita umana, culturale e professionale, possa essere considerato il nuovo paradigma della scienza economica, in grado da preservarla dagli errori del passato, potrebbe essere avallato dalla considerazione che il fattore umano viene sempre più considerato decisivo tra i fattori di localizzazione e di sviluppo. È necessario però allungare l’orizzonte temporale dell’azione e soprattutto liberarsi dai condizionamenti ideologici che ancora infettano la cultura economica prevalente.
Liberarsi dai pregiudizi. Non aver abbracciato il paradigma della produzione – che consente di comprendere molto meglio la realtà moderna – e avere invece mantenuto il paradigma degli scambi, che più giustifica il liberismo, è un primo esempio di come la teoria economica sia stata condizionata negativamente dal pregiudizio liberista. Un secondo esempio potrebbe riguardare la teorizzazione secondo la quale, date certe condizioni (praticamente mai realizzate, come per molte altre teorie marginaliste), è indifferente distribuire i dividendi anziché investirli (teorema di Modigliani-Miller). Ciò ha contribuito all’affermazione dell’idea che all’obiettivo del profitto va sostituito quello della massima valorizzazione (borsistica) dell’azienda, magari con opportune politiche di immagine; ha pure contribuito ad abbreviare l’orizzonte temporale dell’attività aziendale, trascurando le prospettive a medio-lungo termine, così come avviene di fatto nel campo politico. In tal modo si dimentica il problema della crescita umana e professionale di chi opera nell’azienda – ciò che potrebbe costituire il patrimonio più importante e duraturo anche in una sana strategia aziendale. È urgente, in definitiva, un radicale cambiamento anche nella scienza economica, che non sembra di poter cogliere nel dibattito in corso.